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Da quello che si dice in giro pare
che il rapporto autore-editore sia, innanzi tutto, un rapporto conflittuale.
Non mancherebbero a tale proposito episodi "storici" capaci di confermare
questa tesi. Gli editori stampano e distribuiscono libri, alla stessa
stregua dei fabbricanti di scarpe e di dentifrici, perseguendo una logica
commerciale che, come tutti sanno, dipende esclusivamente dalle cosidette
regole di mercato.
Il rapporto domanda-offerta è una regola biunivoca senza eccezioni dalla
quale dipende il profitto o, per lo meno, il recupero delle somme investite.
Qualche spiritoso ha detto addirittura che l'editore è un commerciante che compra carta all'ingrosso, la sporca d'inchiostro, e la rivende al minuto. Quindi è facile comprendere quanto sia difficile, se non impossibile, per un autore sconosciuto trovare un editore disposto a "sporcare della carta" per lui senza una benché minima garanzia di profitto. Almeno ai giorni nostri nei quali, come pare, almeno in Italia, si contano milioni di autori a fronte di poche migliaia di lettori. È forse da questa sproporzione che nasce il conflitto che si diceva: l'offerta supera di gran lunga la domanda e pubblicare libri può essere un vero e proprio gioco d'azzardo al quale non tutti gli editori sono disposti a prestarsi.
Non va comunque dimenticato il fatto che ogni casa editrice, per quanto piccola,
è composta da un certo numero di persone stipendiate e che le spese
di produzione di un'opera editoriale sono notevoli (costo della carta in
continuo aumento, correzione delle bozze,
spese tipografiche e di allestimento, l'esorbitante balzello da pagare
alla distribuzione, commercialista, rappresentante, eccetera). Sta di fatto
che, soprattutto quando si tratta di pubblicare un autore esordiente, un
editore venga oggettivamente a trovarsi di fronte a un vero e proprio salto
nel vuoto senza la pur minima garanzia che si possano, se non altro,
recuperare le spese.
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